Made in Italy: ultime novità riguardanti i settori del tessile, della pelletteria e delle calzature

Nella Gazzetta Ufficiale n. 92 del 21 aprile 2010 è stata pubblicata la Legge n. 55/2010 (c.d. “Reguzzoni-Versace”) che reca “Disposizioni concernenti la commercializzazione di prodotti tessili, della pelletteria e calzaturieri”, la cui entrata in vigore è differita al 1° ottobre prossimo per consentire alla Commissione Europea di verificare la compatibilità con il diritto comunitario delle nuove disposizioni in materia di etichettatura dei prodotti nei settori indicati.

Poiché infatti il diritto doganale rientra fra le materie di competenza esclusiva dell’Unione Europea, gli Stati Membri della Comunità non possono adottare atti normativi contrari al diritto comunitario, ma devono limitarsi a legiferare entro i confini da esso delineati.

La prima novità introdotta dalle disposizioni in esame consiste nella istituzione nei settori del tessile, della pelletteria e delle calzature, di un sistema di etichettatura obbligatoria dei prodotti finiti e intermedi destinati alla vendita al pubblico, che evidenzi il luogo di origine di ciascuna fase di lavorazione e assicuri la tracciabilità dei prodotti stessi, e dal quale risulti altresì, in maniera chiara e sintetica, il rispetto delle norme vigenti in materia di lavoro e di sicurezza sanitaria e ambientale.

Per i prodotti oggetto dei settori indicati dalle nuove disposizioni, dunque, l’etichetta non costituirà più semplicemente un obbligo doganale limitato alla indicazione del luogo in cui è stata effettuata l’ultima lavorazione, ma conterrà informazioni specifiche, per chi li acquista, relative al luogo in cui ciascuna fase di lavorazione è stata eseguita, e dovrebbe così consentire ai consumatori finali non solo di ricevere un’adeguata informazione sul processo di lavorazione delle merci, ma anche di indirizzare le proprie scelte verso prodotti che rispettino il lavoro, la salute umana e l’ambiente.

L’altra novità rilevante introdotta dalla nuova disciplina, è l’impiego della indicazione “Made in Italy” esclusivamente per i prodotti finiti le cui fasi di lavorazione abbiano avuto luogo prevalentemente nel territorio nazionale, ed in particolare se almeno due delle fasi di lavorazione dettagliatamente indicate per ciascuno dei settori indicati, siano state eseguite nel territorio italiano e se per le rimanenti fasi sia verificabile la tracciabilità. Per i prodotti che non presentino i requisiti per l’impiego della indicazione “Made in Italy”, resta salvo l’obbligo di etichettatura con l’indicazione dello Stato di provenienza, nel rispetto della normativa comunitaria.

Rispetto alla normativa europea (il “Nuovo” Codice Doganale Comunitario, Reg. n. 2008/450/CE) che considera un prodotto come “Made in Italy” se “l’ultima trasformazione sostanziale” è avvenuta in Italia, la nuova disciplina, nella misura in cui richiede che i prodotti siano stati realizzati “prevalentemente” all’interno del territorio nazionale, potrebbe sembrare restrittiva; tuttavia, lette attentamente, proprio in relazione all’aggettivo “prevalente” legato al luogo di fabbricazione delle merci e ritenuto il discrimine sufficiente ai fini della legittima apposizione su di esse della indicazione “Made in Italy”, le nuove norme anziché valorizzare e tutelare il made in Italy, finiscono in realtà per consentire l’uso della dicitura “Made in Italy” anche a chi si limiti ad assemblare, rifinire e confezionare in Italia componenti provenienti dall’estero, o per marchiare prodotti confezionati all’estero che potranno fregiarsi del “Made in Italy” solo perché realizzati con materie prime italiane.

Per la mancata o scorretta etichettatura dei prodotti e per l’abuso della indicazione “Made in Italy”, è prevista la sanzione amministrativa pecuniaria da € 10.000 a 50.000, o da € 30.000 a 70.000 se le violazioni sono commesse da imprese, e la merce è sempre oggetto di sequestro e confisca. Nei casi più gravi la sanzione è aumentata fino a due terzi, nei casi meno gravi è diminuita della medesima misura. In caso di “reiterazione “ delle violazioni (ma il legislatore non ha indicato quando tale fattispecie ricorra), è prevista la sanzione penale della reclusione da uno a tre anni, o da tre a sette anni qualora le violazioni siano commesse attraverso attività organizzate; se la reiterazione delle violazioni proviene da imprese, è disposta la sospensione dell’attività per un periodo da un mese a un anno.

E’ difficile comprendere il motivo per il quale il legislatore abbia introdotto una nuova nozione di “Made in Italy” ed una disciplina specifica solo per alcune categorie di prodotti e non per altre o per tutte le altre, vista la normativa generale in tema di indicazione di origine o provenienza dei prodotti attualmente vigente in Italia, costituita dall’art. 4, commi 49, 49 bis e 49 ter della Legge n. 350/2003 come da ultimo modificata dalla Legge n. 166/2009 (di conversione del Decreto Legge 135/2009) che ha reso definitive nel nostro ordinamento le norme in materia di “Made in Italy e prodotti interamente italiani”. Questa, insieme ad altre eventuali considerazioni, sono comunque rimandate a quando il testo delle nuove disposizioni avrà superato il vaglio delle autorità comunitarie, e quindi potrà acquistare definitivamente efficacia.